20 ott
Quando ho letto l’articolo su punto-informatico, non volevo crederci.. Ho sempre sentito parlare delle famose “stampanti rivelatrici”, cioè quelle particolari stampanti che marchiano invisibilmente qualsiasi documento prodotto. Questi supporti fanno uso di tracciature nascoste nei documenti stampati che poi vengono utilizzate anche da altri governi. Si tratta di “markers” di cui si è già parlato in passato e che da tempo sollevano l’attenzione dei gruppi che sostengono il diritto alla privacy.

Come riportato sulla testata giornalistica, Grazie all’indagine svolta dal EFF in anni e anni di ricerca si è arrivati alla decodifica dei codici Xerox DocuColor, seguita poi dalle dichiarazioni dei servizi segreti USA: “Abbiamo accordi coi produttori di stampanti per scoprire i contraffattori”, presumibilmente di banconote.
Cosa significa tutto questo? Che in pratica grazie a queste tracciature invisibili dà modo al governo di rintracciare, per esempio, i gruppi politici che producono volantini e propaganda rimanendo anonimi. Secondo EFF, che ha effettuato un’ampia serie di prove con macchine di produttori diversi, appare evidente la presenza nei documenti stampati di microscopici punti gialli posizionati in certe aree della pagina. A seconda del produttore, questi punti possono avere altri colori, posizione e dimensioni. Si tratta in ogni caso di marker che segnalano a chi sa leggerli, ed EFF ammette di essere in difficoltà su questo particolare, quale sia l’origine della stampante: da qui si può risalire in teoria al venditore della macchina e, poiché i dati degli acquirenti sono registrati nei database commerciali, anche a chi ha comprato la stampante che ha prodotto uno specifico documento.
Per scoprire i marchi basta consultare una apposita guida pubblicata dall’associazione.
E’ una cosa che mi fa venire i brividi..chissà quante cose controllano della nostra vita.. Cmq penso che dal momento che ormai il trucchetto è stato scoperto, il prossimo passo che faranno sarà quello di eliminare questa stupida marcatura inserendo invece un watermarking ad ogni immagine stampata, abbastanza forte da poter essere decodificato anche dopo la stampa.

15 ott
In pieno deserto del Nevada, a circa 190 chilometri da Las Vegas, c’è una zona di cui le carte topografiche ufficiali non riportano alcun particolare. Eppure la zona è tutt’altro che deserta: fra montagne e piccoli corsi d’acqua ci sono strade, bunkers, edifici ed una pista d’atterraggio lunga 10 chilometri. Sulle carte, tuttavia, non risulta nulla: come se ogni attività cessasse su un’area vasta come le Marche. La zona è impenetrabile e sorvegliata da militari armati, il suo spazio aereo è il più protetto degli Stati Uniti: questa è la base aeronautica di esercitazione e sperimentazione nucleare di Nellis, più nota come Area 51, dal nome attribuito ad una parte della base da alcune vecchie carte topografiche governative. Nell’Area 51, istituita nel 1954, la società aeronautica Lockheed ha realizato aerei spia per conto della Central Intelligence Agency (la CIA) ed ancora oggi qui si progettano e si sperimentano alcuni dei più avveniristici aerei americani, fra cui il bombardiere Stealth ed altri velivoli non convenzionali. E’ comprensibile come la zona sia sempre stata avvolta dal più fitto mistero: fino al 1994 l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti ne ha addirittura negato l’esistenza. Ma secondo testimonianze recenti, non tutte le tecnologie sperimentate sono americane, così come non sono americani alcuni tecnici che vi lavorano: entrambi, infatti, proverrebbero dallo spazio. Accettare queste testimonianze vorrebbe dire dar credito all’ipotesi che gli UFO siano di origine extraterrestre; in queste pagine non si vuole parteggiare per l’una o l’altra ipotesi, ma si vogliono presentare i fatti e le testimonianze per come sono state raccontate.

HANGAR CON PISTE ED UNA RIPRESA EFFETTUATA DAL SATELLITE
Da quando esista l’Area 51, si sono moltiplicati gli avvistamenti di strani oggetti nel cielo, regolarmente smentiti dalle autorità. Finchè un giorno a confermare i fatti è stato uno dei tecnici della base, il quale, per di più, ha parlato chiaramente di programmi di studio della tecnologia extraterrestre. Robert “Bob” Lazar è uno scienziato che ha lavorato alla base Nellis con un contratto di cinque mesi, a partire dal dicembre 1998. Nella sua prima esplosiva dichiarazione in TV, che risale al maggio 1989, Lazar ha affermato che il governo degli Stati Uniti era impegnato nello studio di nove dischi volanti con l’obiettivo di scoprire possibili applicazioni della tecnologia aliena. Nel mese di novembre Lazar parlò di una località supersegreta presso il Lago Papoose, denominata “S4″, dove sarebbero custoditi velivoli extraterrestri. Rivelò poi di aver fatto parte dello staff di 22 tecnici incaricati di scoprire il sistema di propulsione dei dischi volanti. Stando alle dichiarazioni di Lazar, S4 è un complesso sotterraneo che occupa in tutta la sua lunghezza un’intera catena montuosa. All’inizio egli pensava di dover lavorare su materiali e congegni molto avanzati ma di fabbricazione convenzionale. Tuttavia, dopo essere entrato in uno dei dischi volanti, si rese conto che si trattava di oggetti che per forma e dimensioni dovevano provenire da un mondo diverso dal nostro. Constatò che mancava qualsiasi segno di giuntura o fusione, non c’erano bulloni, oggetti e strutture erano arrotondati e senza spigoli, come se fossero stati modellati nella cera, dopo essere stati fusi e poi raffreddati. I dischi avevano aperture a forma di oblò e sedili ad appena 30 cm. dal pavimento. Il propellente era costituito da un oggetto poco più grande di una palla da tennis, dal quale si irradiava un campo antigravitazionale che attraversava una cavità a forma di colonna lunga quanto il velivolo. A confermare i sospetti di Lazar fu la documentazione informativa distribuita ai tecnici, che conteneva una sorprendente quantità di dati sui dischi volanti e persino foto di autopsie di piccoli esseri grigi con grosse teste calve. Egli non affermò in modo categorico di aver visto degli extraterrestri dentro S4, ma disse di aver notato qualcosa di strano: passando davanti ad una stanza, avrebbe visto due uomini in camice bianco, i quali, rivolti verso il basso, parlavano a qualcuno di dimensioni piuttosto piccole. Queste sono indubbiamente affermazioni incredibili, che ripropongono un classico dilemma dell’ufologia: è Lazar che trae spunto dai luoghi comuni su dischi volanti ed extraterrestri, oppure ciò che dice dev’essere considerato come prova attendibile? Senza dubbio è molto difficile separare il fatto autentico dal prodotto di fantasia In ogni caso, le affermazioni di Lazar hanno trovato diverse conferme. George Knapp, autore dell’intervista, dice di essere stato contattato da molti testimoni. In particolare, knapp ha ricevuto una dichiarazione registrata su videocassetta, resa da un uomo che ha diretto vari programmi nella base di Nellis, secondo la quale, fin dal 1950 le autorità statunitensi custodirebbero effettivamente materiale extraterrestre oltre ad esseri alieni. Tuttavia, questa testimonianza potrà essere verificata soltanto dopo la morte di chi l’ha resa. Anche gli altri testimoni rifiutano di apparire in pubblico per paura delle conseguenze.

LE PROVE IN VIDEO
Dopo una notte di attesa, Norio Hayakawa della Nippon Tv riprende un oggetto che decolla dall’Area 51 a velocità incredibile ed effettua manovre impossibili. Il filmato è stato analizzato con computer molto sofisticati ed il risultato ha convinto Hayakawa che l’oggetto “non può essere un velivolo convenzionale”. Uno di questi oggetti si è perfino avvicinato ad una troupe televisiva della NBC ed alcuni tecnici hanno riportato ustioni da radiazioni. C’è chi sostiene di essere penetrato nella stanza dove sono custoditi i cadaveri degli extraterrestri e di aver effettuato delle riprese. Ma purtroppo le fotografie ed i filmati con costituiscono la prova decisiva in ufologia, poichè possono essere il prodotto di falsi ben architettati.

UN GIGANTESCO HANGAR ALL’INTERNO DELL’ AREA 51
Tuttavia è indubbio che qualcosa di insolito accada nel deserto del nevada. Jim Gooall, scrittore e giornalista specializzato in aeronautica, sostiene che esistono almeno otto “Black Projects” nell’Area 51. I Black Projects sono i progetti ultrasegreti del governo americano, come il bombardiere Stealth B-2, o le sonde teleguidate, così veloci e manovrabili da poter essere facilmente scambiate per dischi volanti. Ma anche Goodall sospetta che ci sia dell’altro. I velivoli in questione sono incredibilmente silenziosi e veloci; uno di questi ha sorvolato l’Area 51 ad una velocità superiore ai 16.000 Km. orari (circa 13 volte la velocità del suono). Secondo un dipendente della Lockeed, intervistato da Goodall, “alcuni degli oggetti che sfrecciano sul deserto del Nevada farebbero venire l’acquolina in bocca a George Lucas, il regista di Guerre Stellari”.

Cosa ci nasconde l’Area 51?
Velivoli avveniristici di fabbricazione terrestre o astronavi interplanetarie?

22 set
Il digitale terrestre ha destato l’attenzione dei portoghesi dell’etere. Come in passato accadde per Tele+, gli hacker, anche stavolta, sembrano esser riusciti a trovare un sistema semplice per decodificare i segnali degli eventi sportivi. A darne notizia sono stati alcuni siti Internet che citano l’esperienza di un ingegnere delle telecomunicazioni. “Il sistema per la pay-tv di Mediaset – commenta uno smanettone – è così insicuro che è possibile, avendo gli strumenti giusti, decrittare tutti i canali in poche ore”.
La debolezza, si legge su un sito Web, non risiede nelle card nagravision, quelle usate da Mediaset, ma nell’architettura dei decoder. “L’algoritmo di crittazione del segnale – commenta l’ingegnere – è sempre lo stesso anche quando cambiano i CAM (conditional access modules), ovvero le varie card”. Le chiavi possibili, spiegano gli esperti che con questa rivelazione faranno la gioia di molti utenti, sono solo “281.474.976.710.656″ (6 bytes). Nonostante possano sembrare troppe, si legge su una pagine rintracciata con un noto motore di ricerca, un qualunque computer riesce a craccare i codici in poche ore.
Le tecniche, stando sempre a quanto pubblicato sul sito rivelatore, sarebbero note già da tempo agli hacker francesi e tedeschi. L’unico limite sembra comunque la modalità di visione degli eventi. Gli utenti, infatti, anziché comprare un decoder da collegare al televisore ne dovranno acquistare uno da interfacciare con il Pc. Secondo le informazioni recuperate in Rete, ancora non esiste un vero e proprio mercato. Entro pochi mesi, però, salvo una contromossa di Mediaset, c’è da aspettarsi il peggio.
Fonte: Tiscali.It
Share on Facebook21 set
Potrebbe essere la fine di un’era. La rete P2P di WinMX non è più accessibile.
I server della Peer Cache come pure il sito web della compagnia non sono più raggiungibili. La notte scorsa i server sono stati chiusi e gli utenti non sono più in grado di collegarsi alla rete. Sarebbe una grande perdita per la community P2P, ma in qualche modo le cose si aggiusterebbero. Gli utenti di WinMX potrebbero migrare verso altre reti e ce ne sono molte in grado di assorbire il carico.
La FrontCode aveva nei giorni scorsi ricevuto una lettera di ‘cessa e desisti’ dalla RIAA che forte della sentenza Grokster minacciava gli sviluppatori del software di adire le vie legali se non avessero fermato il loro servizio P2P che secondo loro non era conforme alle direttive della Corte Suprema.
Secondo altre indiscrezioni e voci di corridoio sembrerebbe che qualcosa si sia mosso invisibilmente durante questo tempo di inattività del team di sviluppo.
Proprio quando iniziò il beta testing della versione 3.5x del software il whois sul dominio winmx.com informava che il proprietario era la FrontCode e che il sito era localizzato in Canada.
Oggi invece il whois mostra che winmx.com è localizzato in Port Vila, Vanatu una piccola isola nel sud del Pacifico. Non è + registrato alla FrontCode ma ad un certo WinMX Technologies.
> Potrebbe allora trattarsi di un trasloco per proteggere le loro operazioni dalle controversie legali.
> Potrebbero prepararsi a lanciare un nuovo WinMX che sostituirà quello attuale con un nuovo protocollo.
Quello però che è sicuro è che al momento la WinMX Peer Network è morta.
Vedremo nei prossimi giorni come evolverà la cosa e se la notizia della fine di WinMX sarà definitivamente confermata oppure se assisteremo ad una sua rinascita.
Notevole la preoccupazione in tutto il mondo.
Misteriosa chiusura della WinMX Peer Network
WinMX ha esordito come semplice client OpenNap in un tempo in cui Napster e Scour dominavano la scena P2P. Quando Napster e Scour furono spazzati via da Internet, l’importanza di WinMX cominciò a crescere velocemente. Si reinventò da un semplice client OpenNap fino a diventare la rete P2P leader dei suoi giorni.
Durante il periodo del suo splendore, WinMX, sviluppato dalla FrontCode Technologies, mise in ombra la defunta rete di Napster non solo come disponibilità di risorse ma anche come popolazione, utenza e fan. Durante la metà del 2002 la sua popolazione aveva raggiunto gli 1.5 milioni di utenti simultanei. Con una community attiva piena di forum di utenti indipendenti ed un solido sviluppo sembrava che nulla potesse fermare questa rete.
Poi è accaduto qualcosa di misterioso. Dal Luglio 2003 al Luglio 2004 non ci furono più aggiornamenti di WinMX – niente per migliorare l’architettura di rete, le code che aumentavano sempre di più o migliorare qualche altro aspetto del programma. Poi a Luglio 2004 dopo quasi un anno di frustrazione, la FrontCode rilasciò quella che molti percepirono una semplice versione correttiva. La versione 3.53 fece veramente poco con quel suo ‘upgrade maggiore della componente di chat e altri miglioramenti minori’
Quelle erano le ultime notizie che avrebbe udito su una versione stabile di WinMX. Slyck.com si è mantenuto in contatto con Kevin Hearn che dichiarò che il lavoro sarebbe continuato su una presunta e mai vista versione 4.0. Durante la prima parte dell’estate il Sig. Hearn disse che qualcosa si sarebbe vista per fine 2005.
Tuttavia pochi giorni fa è entrato in scena un nuovo attore che sembra abbia scombussolato nuovamente le cose. Il 13 Settembre 2005, WinMX ha ricevuto una lettera (insieme ad altre 6 aziende P2P) dalla RIAA (associazione discografici Americana). Nella lettera si intimava di fermare le attività di violazione ed offriva loro la possibilità di raggiungere un compromesso invece di andare in tribunale.
Come la decisione di Alberto Treves di rilasciare il codice di Ares Galaxy o di Sam Yagan (edonkey) di unirsi alla DCIA, ogni mossa presa da uno sviluppatore P2P la si è immediatamente legata alle lettere inviate dalla RIAA. E’ questo il caso della FrontCode Technologies? O dovremmo dire della WinMX Technology Associates?
Al momento la homepage WinMX.com, la homepage della FrontCode.com, la rete WinMX PNP Network e tutte le sue host cache sono offline. E’ impossibile connettersi alla rete e coloro che sono online su WinMX lo resteranno fino a quando il suo supernodo (connessione primaria) non si disconnette. Questa è la fine di WinMX?
Dovremo solo attendere le prossime ore. E’ interessante notare che se si esegue un whois DNS su ‘WinMX.com’ il risultato mostra che la proprietà del sito è di una certa ‘WinMX Technology Associates’ non più la FrontCode come in passato. E’ ancora più interessante osservare che il dominio ora on si localizza più a Toronto nel Canada ma a Port Villa, Vanatu (isoletta nel Pacifico). Molti ricorderanno come Sharman Networks seguì una strada simile.
FrontCode.com è registrata ancora in Canada. Kevin Hearn, che è solitamente sempre disponibile a commentare sulle pagina di Slyck.com, non ha risposto a diverse domande da alcune settimane.
Forse è ancora presto per dire che è arrivata la fine per la rete WinMX Peer Network, ma occorrerà del tempo per comprendere questi misteri.
Share on Facebook12 set
Quella di Blu è una grande storia piena di ingredienti. Ce n’è per tutti i gusti, per tutti i palati. Politica e lavoro, finanza e potere, tecnologia e new economy, previsioni di futuro e nuovi stili di vita, giovani manager e brontosauri della Prima Repubblica, etere e onde, cavi e antenne, bilanci di Stato da far quadrare e conti delle imprese da far guadagnare, gare e ricorsi, alleanze e tradimenti. E poi spot da premio, spermatozoi, bambini, vecchi marpioni, conÅitti d’interessi, scambi sotterranei, nuovi precari e nuovissimi modi di fare lotta sindacale…
Da dove partiamo? Ma dal nome, naturalmente: Blu. Il merito di averlo trovato se l’è assunto un brontosauro, Francesco Cossiga. E per questo ha litigato perfino con un altro esemplare della specie, Giancarlo Elia Valori. Era la vigilia dell’anno 2000 e un gruppo di imprese aveva varato una nuova compagnia telefonica. Finito il monopolio di Telecom – ultima mutazione genetica della Stipel, l’azienda dei telefoni di Stato – si era aperta la corsa a occupare il mercato. Erano nate nuove imprese come Omnitel, germinata da una costola della Olivetti, che si era tuffata a capofitto (con buoni risultati e ottimi profitti) nel business dei telefonini, diventati in breve tempo una delle più grandi passioni degli italiani. Il settore telecomunicazione tira. Un poker d’assi dell’impresa decide allora di buttarsi: Gilberto Benetton, quello dei golfini, di Edizioni Holding e di Autostrade; Francesco Caltagirone, quello di Azzurra e del Messaggero; Silvio Berlusconi, che non ha bisogno di presentazioni; e un partner straniero di tutto rispetto, British Telecom. I quattro (con in più Bnl, Italgas e Distacom) mettono su una compagnia con due obiettivi: entrare subito nel mercato dei telefonini Gsm, ma soprattutto concorrere alla gara per le licenze dei telefonini di domani, quelli a tecnologia Umts.
La compagnia prende un nome breve, fulminante: Blu. Presidente: Giancarlo Elia Valori, l’unico satrapo di Stato che sia riuscito come niente fosse a passare dall’era dei boiardi a quella delle privatizzazioni e della new economy, restando presidente di Autostrade anche quando queste sono passate dallo Stato ai Benetton. Ma quando Valori, nella primavera del 2000, presenta ufficialmente al pubblico la società e il nuovo marchio, si dimentica d’invitare Cossiga, che pure dice di aver avuto l’idea di quel nome. L’ex presidente della Repubblica si scatena: battute al veleno, come solo lui sa fare, su Blu, sui suoi servizi, sulla sua campagna pubblicitaria-choc che ha coinvolto come attori un’allegra brigata di spermatozoi visti al microscopio. Forse Cossiga, come la fata Malefica non invitata al battesimo della Bella Addormentata, avrà nascosto da qualche parte un fuso incantato. Eppure i due, Cossiga e Valori – cresciuti nello stesso duro clima di guerra fredda all’italiana, fatta di dossier, cordate, colpi bassi, logge segrete – prima di quell’incidente si amavano: Cossiga al Quirinale aveva nominato Valori, che va pazzo per le onorificenze, Cavaliere di Gran Croce; e Valori aveva assunto il figlio di Cossiga come manager alla Società Autostrade. Dopo lo sgarbo di Blu, amicizia rotta. Ma per poco. Cossiga, si sa, è estroso, cambia in fretta. A metà maggio del 2000 gli uomini vicini a Valori già assicurano che «i due si sono parlati e hanno chiarito ogni cosa». Naturalmente nei palazzi romani c’è chi cerca di spiegare le bizze tra i due brontosauri con motivi più sostanziosi che un semplice mancato invito al party di battesimo di Blu: politica, finanza, cordate, poteri… Ma è un attimo: poi questioni ben più pesanti arrivano a occupare la scena.
Blu è, fin dall’agosto 1999, il quarto gestore dei telefonini Gsm. Ma stenta a partire, esordisce sul mercato soltanto nel maggio 2000 e arriva, appunto, per quarto, con Tim che è figlio dell’ex monopolista Telecom, Omnitel che diventa una splendida case-history da scuola di management, Wind (azionisti Enel e France Télécom) che corre, seppure un po’ a fatica, dietro ai due grandi. E Blu? Arranca. Riuscirà a conquistare pian piano solo il 4 per cento degli utenti, e per di più telefonatori deboli, che tendono al risparmio, visto che rappresentano solo il 2 per cento del traffico telefonico. Ma Blu, arrivata per ultima, cerca di differenziarsi, offre servizi innovativi, punta sulla semplicità. E poi la telefonia è il futuro; e il futuro della telefonia è l’Umts. Ottobre 2000, lo Stato assegna le licenze Umts: Blu concorre per vincere.
A questo punto sarebbe necessario un complicato intermezzo tecnologico per spiegare le mirabolanti caratteristiche dell’Umts. Riduciamolo al minimo. Oggi usiamo il telefono (Gsm) per telefonare e, in piccola parte, per fare altro: inviare messaggini Sms, o ricevere brevi informazioni, l’oroscopo, i risultati delle partite di calcio… L’Umts ribalta i termini: sarà un oggetto che servirà a tante cose, tra cui anche telefonare. La quantità d’informazioni che gli potranno giungere sarà portentosa, il telefonino diventerà un piccolo computer perennemente collegato a internet o ad altre reti tutte da inventare. Potremo scegliere il film da andare a vedere guardando al telefono i trailer. O rivedere i gol preferiti. Con una piccola telecamera, ecco fatto il videotelefono. Il fornitore di salumi, o di computer, avrà in ogni momento sotto controllo la rete dei suoi clienti, con tutti i conti, gli ordini, i prezzi, gli sconti. Chi ha bisogno di informazioni le potrà trovare rapidamente collegandosi a una banca dati. Chi vuole proprio investire in Borsa potrà fare trading on line direttamente dal telefonino personale. Insomma, cambierà il modo di comunicare, ma anche di lavorare e d’investire. In modi che oggi possiamo solo in parte immaginare. Previsione degli esperti: l’Umts diventerà il 90 per cento della telefonia entro sette, otto anni. L’appuntamento, dunque, è per il 2010.
Nel 2000, intanto, c’è la gara per le licenze. Ci si arriva con grandi aspettative. Le aziende fanno i loro conti sapendo che c’è molto da guadagnare, ma anche molto da investire, da aspettare e da lavorare. I governi dei Paesi europei, che mettono in palio le licenze, sanno d’altra parte che è un’occasione unica per portare a casa un pacco di miliardi per risanare i conti pubblici e rimpinguare le casse dello Stato, che di soldi ne hanno bisogno sempre, a tutte le latitudini. Il raccolto della gara è buono in Germania e in Gran Bretagna, dove le aziende si sfidano a suon di rilanci e una licenza viene a costare il corrispettivo di circa 10 mila miliardi di vecchie lire. È pessimo in Olanda e Spagna, dove invece le aziende decidono di non dissanguarsi oggi per sperare in guadagni forti ma rischiosi domani. L’Italia, come la Francia, si posiziona a metà strada: i risultati per lo Stato sono inferiori alle aspettative del governo, ma non pessimi.
La gara italiana, però, ha un colpo di scena. Le licenze da assegnare sono cinque, i concorrenti sono sei. Il presidente del Consiglio – allora era Giuliano Amato – si frega le mani immaginando che tutti e sei facciano dei bei rilanci per non essere esclusi e, nelle notti di luna, sogna un incasso vicino ai 50 mila miliardi di lire. Prudentemente, però, mette a bilancio solo la base d’asta, 25 mila miliardi. Intanto Valori si dà da fare e promette 3 mila assunzioni entro il 2001. Porta a casa gli incentivi e gli sgravi fiscali per le aziende che investono al Sud. Apre un call center a Palermo. Poi si fa beccare al telefono dal solito magistrato impiccione (ma l’intercettato non è lui, bensì il suo interlocutore: il cardinale di Napoli Michele Giordano). Valori blandisce il cardinale, affinché sostenga un consorzio locale di telefonia: «Eminenza, se entriamo noi, la Nokia apre uno stabilimento anche ad Avellino…». Poi a Giordano telefona il direttore dell’Osservatore romano Mario Agnes, che su Valori (l’unico iscritto alla P2 espulso dal gruppo massonico, perché faceva troppa concorrenza a Licio Gelli) lancia avvertimenti al cardinale: «Vostra Eminenza deve sapere che questo è Loggia nel senso stretto del termine!…».
Intanto i concorrenti si schierano ai blocchi di partenza. Ci sono, naturalmente, Tim e Omnitel, Wind e Blu, già presenti nella telefonia mobile Gsm; poi due nuovi aspiranti gestori: Ipse (Acea e la spagnola Telefonica) e H3G (i cinesi di Hutchinson Wampoa). Mentre Giuliano Amato continua a sognare un bilancio da favola, ecco il colpaccio: Blu si ritira dall’asta, i concorrenti restano in cinque e si portano a casa a buon prezzo le cinque licenze. Lo Stato incassa 27 mila miliardi.
Tempesta. Il governo Amato inÅigge a Blu una multa di 4 mila miliardi (poi annullata dal Consiglio di Stato) per turbativa d’asta. La procura di Roma apre un’inchiesta per verificare se siano stati commessi reati. Le solite malelingue insinuano che la gara era stata combinata, che Blu si è ritirata al momento giusto per favorire gli altri concorrenti. Ma in cambio di che cosa? La verità è che, debole nel Gsm e senza licenza Umts, Blu è una scatola vuota. Un bel marchio con una bellissima campagna pubblicitaria, in cui lo spermatozoo diventa bambino e promette: «Blu. Il futuro che non c’era». Fabrizio Russo, il creativo della Leo Burnett che l’ha ideata, continua ad accumulare premi con i suoi film controcorrente, ma Blu scricchiola, i manager scappano, i dipendenti cominciano a temere per il posto di lavoro.
Perché Blu si è ritirata dalla gara, autocondannandosi al deperimento? British Telecom aveva una difficile ristrutturazione in corso. Ma sono i Benetton a far saltare tutto: dopo aver rifatto i loro conti, decidono di non tirare fuori la loro quota di tutti quei miliardi che sarebbero stati necessari per la licenza, almeno 4 mila, e poi per costruire una rete Umts: impianti e 6 mila nuove antenne per coprire tutta l’Italia, con una spesa ulteriore di 5 mila miliardi. Scelta legittima, di fronte a un progetto industriale costoso e rischioso. Eppure i conti erano facili da fare fin dall’inizio, si sa che la telefonia è un business «capital intensive», che cioè ha bisogno di tanti soldi e tanto tempo prima di portare profitti. Qualcuno, nell’eterno clima dietrologico italiano, insinua che c’è dietro qualcosa. Il settimanale Il Mondo nel gennaio 2002 scrive: «È caccia all’anonimo che accusa Benetton. Da qualche giorno un documento di cinque cartelle gira per Roma. Forse lo hanno ricevuto anche la Corte dei conti o qualche magistrato. Il documento sostiene che Edizioni Holding (cioè i Benetton) nell’ottobre del 2000 intralciò l’asta per le licenze di telefonia Umts per favorire Telecom, della quale sarebbe diventato azionista nell’estate successiva».
Forse i Benetton nell’ottobre 2000 non si sognavano neppure di entrare in Telecom, ma effettivamente pochi mesi dopo Marco Tronchetti Provera getta la sua Pirelli all’assalto della Telecom e la conquista. Al suo fianco ci sono i Benetton: perché mai avrebbero dovuto sudare sangue per costruire da zero la piccola, incerta Blu, quando potevano allungare la mano e prendere nientemeno che Telecom? Ma l’unica osservazione arriva dal commissario europeo per la concorrenza Mario Monti: Benetton non può tenere i piedi in due scarpe, Blu e Telecom. Se vuole restare in Telecom, deve vendere la sua quota di Blu.
A questo punto gli esperti inseriscono un intermezzo tecnologico-politico-finanziario, edificato su due domande. Prima: l’Umts è un grande affare o un’illusione, decollerà davvero oppure no? Per la risposta, non resta che aspettare il 2010. Seconda: i voraci governi europei non hanno fatto male i loro conti, trattando le telefoniche come vacche da mungere, spremute per le gare e ora rimaste, in tutta Europa, senza più risorse per investire in impianti? Cambiando animale: per portare a casa la gallina oggi, non rischiano di non avere più le uova d’oro domani?
Ma mentre ci si interroga sulle sorti delle telecomunicazioni e sui destini del mercato, qualcuno dimostra di essere più furbo degli altri. Nel dicembre 2001 un socio zitto zitto si defila, prende il cappello e se ne va. È Mediaset. Esce da Blu, vendendo la sua quota (9 per cento) a British Telecom, in forza di «patti parasociali» (tecnicamente: un diritto di put) sventolati al momento buono, ma fino ad allora ignoti agli altri soci. La vendita avviene oltretutto a un prezzo incredibile, 106 milioni di euro, in un momento in cui la crisi non è ancora manifesta, ma certo Blu è già in stato di difficoltà strategica e ha difficilmente il valore di quei 1,2 miliardi di euro che British Telecom ha invece accettato senza battere ciglio. Che cosa ha promesso, in cambio, Mediaset (e il suo maggiore azionista, Silvio Berlusconi) agli inglesi?
Esplode il caso. Nel gennaio 2002 Vito Gamberale, rappresentante dei Benetton nel consiglio d’amministrazione di Blu, si dimette. Come a dire agli ex soci di Mediaset: vi siete salvati Dio sa come, ma non pensate adesso di lasciarci qui con il cerino in mano. Si noti il caso da manuale di conflitto d’interessi: Berlusconi azionista di Mediaset si salva mentre il governo di Berlusconi presidente del Consiglio (nella persona del ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri) comincia a darsi da fare per risolvere il caso Blu. E Gamberale e Benetton si rivolgono a Berlusconi presidente del Consiglio perché li faccia uscire dall’incresciosa situazione in cui li ha lasciati Berlusconi azionista di Mediaset.
I dipendenti di Blu sono intanto venuti allo scoperto. Hanno inventato nuovi modi di protesta per ottenere visibilità. Hanno inondato l’Italia di e-mail. Hanno scioperato venerdì 1 marzo in difesa del posto di lavoro. Si sono presentati ai girotondi attorno alle sedi Rai esibendo cartelli e i loro cappellini blu. A Palermo hanno sfilato addirittura in mutande. Per farsi sentire hanno usato la rete internet: il sito www.breadandroses.it animato da Filippo Di Nardo e Lorenzo Guerra, specializzato in storie di lavoro e net economy. Dopo le agitazioni dei dipendenti di Matrix-Virgilio e di Omnitel, ecco un’altra vicenda di lavoratori di tipo nuovo, senza tuta e senza tutela. Nella sede di Firenze sono 340 i contratti di formazione lavoro e 260 sono i lavoratori interinali già usciti dall’azienda. A Palermo 440 sono i contratti di formazione lavoro. Nelle sedi Blu di Roma, Napoli, Milano e Padova vi sono poi altri 880 dipendenti, più garantiti perché assunti con contratto a tempo indeterminato, ma comunque a rischio nel caso che Blu naufraghi. A maggio, quando scadranno molti contratti di formazione lavoro, saranno almeno 500 i dipendenti usciti da Blu: licenziati invisibili, perché mai assunti.
La politica però è tranquilla. Blu è un problema, ma la soluzione è pronta. Il più è già stato fatto: Mediaset ha risolto da sé il suo caso (miracolo italiano che si verifica quando un’azionista è anche presidente del Consiglio); Benetton ha avuto quello che voleva, cioè l’ingresso in Telecom. Resta soltanto da smontare Blu. Il fido Gasparri si è recato a Bruxelles dal commissario Monti e gli ha proposto la sua soluzione: Tim si compra Blu, con l’impegno di vendere poi a pezzi i suoi asset. Monti ha scosso la testa: no, neanche in via transitoria è possibile una concentrazione contro le regole della concorrenza. E allora, spezzatino: Blu vende i clienti e un po’ di dipendenti a Wind; ripartisce le frequenze e gli impianti tra gli altri operatori; il marchio, i dipendenti residui e le perdite accumulate nei bilanci se le accolla Tim.
È la quadratura del cerchio: Wind da una parte (con i clienti) s’ingrandisce, dall’altra (con i dipendenti) inghiotte il rospo, ma lo deve fare, visto che il governo Berlusconi sta per fare le nuove nomine dell’Enel, che di Wind è la mamma; Tim deve inghiottire un rospo ancora più grosso, ma in cambio potrà iscrivere nel suo florido bilancio le perdite di Blu (900 milioni di euro), risparmiando una montagna di tasse; e non solo: domani il governo Berlusconi potrà ricambiare il favore, magari concedendo a Tim una sostanziosa defiscalizzazione degli investimenti sulla banda larga, per far decollare la telefonia del futuro – con grande soddisfazione di Tronchetti Provera. Resta solo un problema giuridico da risolvere: le frequenze, essendo proprietà dello Stato concesse in licenza, non possono essere vendute tra privati, dev’essere il governo a riassegnarle. Ma figurarsi se i due Berlusconi (l’azionista di Mediaset e il presidente del Consiglio), con tanti avvocati intorno, non troveranno una bella soluzione anche per questo.
Fonte: SocietàCivile.It
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