E’ di ieri la notizia clamorosa che un ragazzo, uno studente universitario di Bologna, è riuscito a far saltare quelle belle righe nere poste sul rapporto dossier americano sul caso Calipari. Dovevano restare anonimi i militari indagati per l’omicidio dell’agente segreto italiano ed invece….un banalissimo errore di valutazione ha svelato i nomi degli “esecutori”: è stato Mario Luzano, della guardia nazionale di New York, a premere il grilletto del fucile che ha sparato il colpo fatale.

Di colpo sappiamo nomi e cognomi. Sappiamo da dove venivano i soldati che erano al check point volante 541 e che spararono all’auto su cui viaggiavano Giuliana Sgrena, Nicola Calipari e l’altro agente del Sismi che guidava. Anche di lui sappiamo il nome. Sappiamo il nome dell’altro agente del Sismi in contatto con Calipari da Bagdad. Sappiamo chi erano gli ufficiali che quella sera del 4 marzo scorso avevano un’unica priorità: proteggere il convoglio di quello che in tutto il rapporto è chiamato Vip, l’ambasciatore Usa in Iraq John Negroponte.

Basta prendere il formato pdf del documento dal sito del comando della forza multinazionale in Iraq, copiarne il testo e incollarlo su un normale programma di scrittura. Oppure, cambiando il colore dello sfondo sul pdf e rendendolo dello stesso colore delle pecette e scegliendo il bainco come colore di testo. Tre movimenti di mouse e cadono tutti i segreti.

Ma ci rendiamo conto che questi sono gli stessi che promettono di proteggerci dal terrorismo? Penso che, questa cosa degli omissis, NON sia una cosa di estrema gravità, ma di certo…dovrebbe far riflettere.

Nelle ultime ore ho cercato molto sul web, per documentarmi il più possibile sull’argomento, e vorrei riproporvi un articolo apparso sulla “repubblica”. Credo sia molto significativo…

L’ANALISI / IL DOSSIER CALIPARI SVELATO SUL WEB
Un banale errore da segretaria la tecnologia non risparmia i potenti

ROMA – Una banale dimenticanza. La commettiamo sui nostri computer ogni volta che lavoriamo su un file. Le segretarie ne costellano le loro giornate. Di piccoli ostacoli e incidenti è fatta la quotidianità con le macchine. Di cose che accadono a tutti noi, uomini comuni, che crediamo di poter risolvere con le nostre mani l’intrico burocratico che l’uso della tecnologia ci disegna addosso come una ragnatela. Mille piccoli adempimenti quotidiani – ricarica il cellulare, setta l’agenda, apri quel sito, installa il software del palmare sul pc che però non va, configura, salva, setta. Gerghi che sono check-list di cose da fare. E uno sbaglia e le conseguenze si vedono. Ma il punto è che quando pensi ai militari americani, non credi ai tuoi occhi. Pensi che chissà quali software di alta raffinatezza ci siano dietro, a prova di errore e di umano. Persi nella fantascienza degli scudi stellari, abbiamo dimenticato che è possibile sbagliare usando il programma della segretaria.

Perché quello che ha portato in rete e in chiaro gli omissis sul caso Calipari è l’errore che chiunque può commettere, fatto sopra un programma che tutti abbiamo sul nostro computer. E qui viene il punto: dalle cronache di queste ore sappiamo che i documenti gli americani li scrivono con Acrobat, che le comunicazioni tra posti di blocco erano fatti in “voice over ip” (cioè il programma di telefonia su internet che tutti stiamo imparando a usare perché costa pochissimo o niente), le comunicazioni con casa sono frutto di connessioni sul messenger di uno dei vari provider internet. Il Re si serve sempre dei pedoni e l’Impero comunica con gli strumenti delle masse. Anche con gli errori delle masse.

E non è un caso che questo accada. Quei programmi hanno molti vantaggi: si installano facilmente, si imparano in pochi minuti di pratica (Adobe meno, ma non è certo un arcano), si usano su qualsiasi computer. Insomma funzionano. Però sono precari, come si rivela in quelle telefonate con l’amico, in cui a un certo punto la conversazione è fatta di: Mi senti? Ci sei? Resetto? No, scemo, devi resettare! Il software di guerra non è perfetto e nemmeno troppo intelligente. E’ lo stato dell’arte che conosciamo. E dalla guerra proviene, dalla guerra di tanto tempo fa.

Il Voice over Ip e i messenger sono frutto dell’ingegno dei programmatori che lavoravano per l’esercito, in alcuni casi quello israeliano. Come per internet, nata militare e diventata civile, il “reverse engineering” , la ricaduta di pace di ciò che è pensato per la guerra, ha prodotto un boom di massa che oggi segna un ritorno alle origini delle applicazioni pensate per la guerra. Ma esattamente come in tempo di pace e nella conversazione fra due adolescenti, quella roba può fermarsi, può sbagliare, ma soprattutto può far sbagliare.

In un libro molto bello di Edward Tenner, “Quando le Cose si ribellano”, di qualche anno fa si compie una rassegna di tutte le dure repliche della tecnologia alle speranze di chi l’ha lanciata. Tenner rivede le promesse realizzate (molte) e i problemi creati dalle macchine che accompagnano la nostra vita. Una di questa è la crescita burocratica dei mille piccoli adempimenti quotidiani. Si finisce per lavorare per il computer prima che questo lavori per noi. E’ un aumento di complessità operativa che si accompagna all’efficacia, al numero, alla potenza delle operazioni che compiamo. Ai censori americani questo è successo. Un incidente dovuta alla tecnologia che si ribella. Non è la prima volta che accade, anche perché non esiste una tecnologia a prova di errore. In ogni dispositivo tecnologico l’errore umano è possibile e le potenziali conseguenze catastrofiche. In fin dei conti che fine fa il pilota-cow boy del “Dottor Stranamore”? La molla che libera la bomba “fine di mondo” non scatta, ma non c’è elastico che non ceda a un vero americano esperto di meccanica. Lui ci sale sopra, libera il contatto, e scende verso l’abisso a cavallo della morte, gridando “Yahoo!”.

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